Nel mio posto preferito

Sono entrata nel supermercato senza carrello, alla fine che devo prendere? due cose per la colazione di domani. Però ecco, forse girando per gli scaffali ci potrebbe essere qualcosa che potrei particolarmente gradire per cena. Posso prendere di tutto, tanto sono sola, posso mangiare e vomitare tutto a mio piacimento, dolce con salato e viceversa.
Le mie mani sono tutte occupate e faccio fatica a tenere l’equilibrio sperato. Mi chiedo: se buttassi le cose a terra e riprendessi tutto da capo? potrei posizionare i prodotti secondo una logica, il pane tra il mignolo e l’anulare, la crostata di albicocca sopra le cotolette come fossero libri di scuola, il latte nell’altra mano. Decido di lasciarmi cadere tutto con tranquillità, che importa penso, al massimo qualcuno potrebbe guardarmi, forse anche aiutarmi. Nessuno però mi guarda e rimango ferma con tutta la spesa per terra e un barattolo di burro di arachidi interamente distrutto. Cazzo, non mi ero accorta che era di vetro. L’istinto mi dice di raccogliere tutto velocemente e nasconderlo sotto uno scaffale. Ma niente, il burro di arachidi continua a strabordare e a lasciare tracce per il corridoio del supermercato. I vetri mi entrano tra le dita e a quel punto non mi rimane che confessare il fatto.
– Mi dispiace, ho fatto un casino, per terra è tutto sporco.
In un secondo un ragazzo si avvicina, mi aiuta a pulire e mi invita a seguirlo aldilà di una porta. Aziona un tubo e mi dice: vieni a sciacquarti le mani. Cerco di farlo il più velocemente possibile per non arrecare disturbo, ringrazio e accartoccio le mani dentro strati di carta assorbente. Tornata dentro trovo un altro commesso che con attenzione e delicatezza mette a posto la mia spesa, in ordine, sopra uno scaffale.
-Ti ho messo tutto qui.
E la spesa è lì che mi guarda, e mi sento così in colpa, per aver comprato le ennesime cose che finiranno sprecate, per aver buttato consapevolmente tutto per terra, per non voler essere lì, ubriaca ed esasperata.
-Scusatemi, non volevo.
-Vorrà dire che mi offrirai un caffè, dice lui, con la voce più mite e rassicurante possibile. Ed è in quel momento che forse mi sento così stupida come non mi ero sentita mai.
Torno a casa, e mentre già apro le prime confezioni insieme penso che, in quel preciso momento, vorrei solo avere qualcuno che mi dica esattamente come sto. E perchè no, che mi dica che vado bene così.

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