Quando vuoi farti del male

C’è una libreria dell’usato in fondo alla via vicino al mio nuovo appartamento che è diventata uno dei miei posti preferiti, nonostante non mi sia trasferita così lontano da casa. Il fatto che sia estremamente piccola e che, per farsi spazio si sia appropriata di una parte di marciapiede la rende rustica ed accogliente. I libri sono così mischiati tra loro che chiunque entri non ha paura di rovinare il disordine nè di interrompere l’organizzazione meticolosa che ogni normale libreria rispetti. Dentro si possono trovare saggi di scrittori sconosciuti stranieri del dopoguerra e ricette di cucina dell’800, perfettamente rovinati e vissuti da chissà chi chissà quando. Ho comprato una raccolta di aforismi di Herman Hesse. Il mio rapporto con lui non è mai stato dei migliori, ma ho voluto comunque spenderci 1 euro per dargli un’altra (forse ultima possibilità). Sul retro, in fondo, c’è una dedica: “Riconoscerai il paradiso come paradiso solo quando ne verrai cacciato“. Non riesco ancora a renderlo credibile ai miei occhi.
Dall’altra parte della strada c’è un’altra libreria che potremmo definire la concorrenza. Tre piani, fornitissima di tutto, organizzata perfettamente e soprattutto, emana un odore di nuovo, talmente nuovo da sembrare finto. Sono scesa nel reparto bambini in cerca di risposte alla mia professione e mi sono imbattuta in un libro di dieci pagine, di cui non ricordo assolutamente il titolo. Era la storia di un bambino, suo nonno e il suo gatto. Mi sono subito appuntata una frase che mi ha fatta riflettere per tutto il giorno: “Quando è morto il nonno la casa si è riempita di persone e di un silenzio cremoso, come acqua che non ti fa respirare quando vai sotto“. Quando avevo dodici anni sono tornata da scuola e ho trovato mia madre in lacrime appoggiata al mobile della cucina. Ricordo solo la mia estrema preoccupazione nel vederla stare male.
Piangendo le ho detto “l’importante è che stai bene” e lei mi ha risposto “non sto bene”. Da quel momento la mia intelligenza emotiva ha preso il sopravvento ed ho iniziato a vedere le persone come esseri che provavano emozioni, uguali o diverse dalle mie. Mi sono sempre sentita sopraffatta da questo, quasi come se non riuscissi a sopportarlo. Nonostante questi miei pensieri, quel giorno provavo esattamente quello che viene descritto nella frase. Mi sentivo in apnea, non volevo essere da nessuna parte, non volevo parlare con nessuno, sentivo di non provare nulla se non un grandissimo senso di soffocamento. In realtà avevo capito e accettato. Avevo semplicemente capito che non avrei mai più conosciuto una persona come lui, che nessuno mi avrebbe più accompagnata a fare le passeggiate al parco nè a cercare i giochi che mi perdevo sempre per strada. Che nessuno mi avrebbe più sbucciato una mela o fatto sentire il giornale alla radio a colazione. Che nessuno mi avrebbe più comprato le merendine di nascosto dai miei genitori. Che nessuno mi avrebbe più difesa, spronata, protetta, viziata, abbracciata, amata nel modo in cui faceva lui. Probabilmente da quel giorno avevo smesso di essere una bambina.

eh lo so

Vi guardo dall’alto del bancone e mi sembra come di percepire vagamente quello che ho provato nei nove mesi in cui sono stata nella pancia di mia madre. Ricerco quella sensazione come se mi fosse familiare e, in quel momento esatto, vorrei semplicemente tornare un feto protetto dal liquido amniotico per sentire solo accenni di suoni ovattati e non vedere nessuna delle facce che ho davanti.

Sos

Il fatto che alla fine di ogni relazione io mi senta molto più viva rispetto a prima pone in me una domanda di fondamentale importanza: sono le relazioni che non fanno per me, o sono quelle persone che non fanno per me?

Main topic

Davanti al bancone una coppia della mia età beve una bottiglia di vino. Lui le accarezza i capelli e lei gli sorride. “Amore ma che mi hai regalato per il compleanno?” “Non te lo dico, ma so che lo volevi tantissimo”. Passano 30 minuti buoni a parlare di questo prezioso regalo del quale mi viene anche una certa curiosità. Li guardo con un po’ di invidia desiderando una complicità del genere e chiedendomi perchè non ne riesca a trovarne una anche io.
Passa qualche mese e ritrovo la stessa coppia, allo stesso bancone, con una bottiglia diversa. “Amore ma che mi hai regalato per Natale?” “Non te lo dico, ma so che lo volevi tantissimo”.

La legge della risonanza

La scienza e la fisica quantistica hanno dimostrato che alcune componenti delle nostre cellule corporee entrano in comunicazione anche interspaziale con le cellule di altre persone specie se coinvolte in una relazione interpersonale con noi, come se fossero trasmettitori e ricevitori di onde.

Mi chiedo se sia effettivamente possibile pensare così tanto a una persona, fargli arrivare quel pensiero e, se così fosse, avere una minima dimostrazione della ricezione del messaggio. Che poi sarebbe molto più semplice scriverlo, il messaggio. Ma la credenza di essere interconnessi a livello energetico è di gran lunga più romantica, nonchè frustrante.